|
I defibrillatori sono dispositivi usati per
applicare scariche elettriche di elevata intensità e breve durata
attraverso il torace del paziente, mediante elettrodi, allo scopo di
ripristinare una normale attività cardiaca.

Un ritmo cardiaco normale ha una frequenza di
battito entro i limiti necessari a garantire un’immissione
sufficiente di sangue in circolo da parte del cuore. La gittata
cardiaca può risultare insufficiente quando l’attività elettrica
del cuore è asincrona ed asincrona ne risulta la contrazione
(tipico caso di fibrillazione ventricolare). In questo caso le
scariche elettriche applicate dal defibrillatore sono in grado di
depolarizzare completamente il miocardio, inibendone ogni attività
elettrica per un breve intervallo di tempo, in modo da permettere al
nodo seno-atriale di riprendere pienamente il controllo del ritmo
cardiaco.
Anche altre aritmie legate ad ipereccitabilità
del miocardio possono essere corrette con l’utilizzo del
defibrillatore. Fibrillazione atriale, flutter e tachicardie
parossistiche sono caratterizzate da una frequenza ventricolare
troppo elevata che impedisce il riempimento totale dei ventricoli
tra due contrazioni successive, comportando una diminuzione
pericolosa sia del flusso che della pressione sanguigna. La scarica
in questo caso deve essere opportunamente sincronizzata con l’attività
cardiaca. I defibrillatori dotati di circuiti di sincronizzazione
che offrono questa modalità di funzionamento sono detti
cardioversori.
La forma d’onda prodotta in uscita dal
defibrillatore può essere di tipo monofasico a sinusoide smorzata
con decadimento graduale o monofasico ad esponenziale troncato con
decadimento istantaneo. Di più recente introduzione risulta l’impiego
di forme d’onda di tipo bifasico per le quali la corrente liberata
scorre in un primo momento in una direzione positiva e
successivamente in una direzione negativa, richiedendo minor energia
per la defibrillazione. Questo fatto offre un duplice vantaggio: da
un lato, con l’utilizzo di questa nuova tecnologia, diminuisce la
necessità di batterie dotate di grandi capacità, permettendo di
realizzare defibrillatori di dimensioni e peso ridotti; dall’altro,
studi condotti in tal senso hanno mostrato che i pazienti che
ricevono questo tipo di scariche hanno una migliore ripresa
postshock, probabilmente legata al minor numero di cellule del
miocardio che risultano danneggiate con l’impiego di energie più
basse.
Le dimensioni degli elettrodi utilizzati
differiscono a seconda delle funzioni a cui sono destinati.
Più grandi quelli dedicati alla defibrillazione
d’emergenza, da applicare sul torace del paziente, di dimensioni
più ridotte e sterilizzabili quelli riservati alla defibrillazione
interna chirurgica, da applicare direttamente sul miocardio. Per la
defibrillazione esterna transtoracica vengono spesso fornite piastre
monouso adesive che assicurano un contatto perfetto con la pelle e
possono rimanere posizionate sul paziente per ore, anche se questo
viene trasportato.
In generale i defibrillatori possono essere
suddivisi in automatici, semiautomatici e manuali.
Nei primi due casi ai dispositivi che
costituiscono un defibrillatore esterno standard si aggiunge un
circuito diagnostico in grado di determinare automaticamente la
necessità di applicare una scarica, eliminando la necessità per l’operatore
di dover preventivamente interpretare l’ECG. Mentre nei
defibrillatori semiautomatici, una volta rilevata la necessità
della defibrillazione, lo strumento abilita l’operatore ad
effettuare la scarica, avvisandolo con allarmi visivi e sonori, nei
dispositivi automatici la scarica viene prodotta direttamente.
Questa tendenza all’automatizzazione rende possibile sempre più l’utilizzo
di tali apparecchiature anche da parte di personale non clinico.
|